La nuova fase del welfare aziendale in Italia: lo sguardo di Filippo Di Nardo

Facciamo il punto sullo stato del welfare aziendale in Italia, considerando le diverse fasi che ha attraversato negli ultimi anni e il nuovo scenario che stiamo vivendo.
Il welfare aziendale ha conosciuto momenti molto diversi tra loro, ciascuno influenzato da specifiche condizioni. Un passaggio fondamentale è avvenuto con le prime normative del 2015 e 2016, che hanno segnato un prima e un dopo. Queste leggi avevano l’obiettivo di promuovere su larga scala uno strumento che molte aziende stavano iniziando a scoprire e a riconsiderare.
A favorire questa evoluzione ha contribuito anche la debolezza strutturale dei salari in Italia, aggravata da una profonda crisi economica. In questo contesto, il welfare aziendale è emerso come un’opportunità concreta. Il governo dell’epoca ha introdotto misure per rilanciare il welfare, puntando però a integrarlo nella contrattazione collettiva e nelle relazioni industriali.
Tuttavia, molte aziende hanno preferito (e continuano a preferire) il cosiddetto welfare unilaterale, cioè introdotto senza accordi sindacali, come confermato dai dati del nostro Osservatorio. Questo primo impulso ha contribuito a diffondere l’idea di un welfare aziendale ampiamente accessibile, capace di generare benefici trasversali: per le imprese, per i lavoratori e per l’intero sistema Paese.
Successivamente, il welfare aziendale ha vissuto una fase in cui è emerso con forza il suo ruolo sociale e integrativo, in particolare come complemento ad alcuni pilastri del welfare pubblico, come previdenza, sanità e formazione. In questo contesto, i piani di benefit aziendali si sono intrecciati sempre più con le trasformazioni dei modelli di welfare statale.
Questi elementi – il legame con la contrattazione e la funzione integrativa – fanno ancora oggi parte dell’identità del welfare aziendale in Italia, anche se in alcuni momenti storici hanno rappresentato aspetti distintivi. A queste caratteristiche si aggiunge un’altra funzione costante: il welfare come strumento per valorizzare e coinvolgere i dipendenti, con un’attenzione particolare alla dimensione intergenerazionale.
Oggi ci troviamo in una nuova fase, spinta da fattori esterni, in particolare dall’aumento del costo della vita. Negli ultimi tre anni, il welfare aziendale si è orientato sempre più verso benefit legati direttamente al carovita e alle difficoltà economiche dei lavoratori.
Questo cambiamento è stato rafforzato da un intervento legislativo deciso da parte dell’attuale Governo, che ha introdotto un nuovo sistema di agevolazioni per i fringe benefit. La normativa ha innalzato significativamente la soglia di esenzione fiscale: da 258,23 euro si è passati a due nuove soglie, 1.000 euro per i lavoratori senza figli e 2.000 euro per quelli con figli a carico.
I dati dell’Osservatorio Welfare 2025 mostrano una tendenza crescente verso l’utilizzo dei fringe benefit, che si confermano tra le modalità più diffuse di spesa welfare. Questo successo è dovuto anche alla loro semplicità d’uso, un aspetto molto apprezzato dai lavoratori, che in passato avevano spesso segnalato la complessità delle procedure di accesso ai benefit.
In questo senso, la diffusione dei fringe benefit sta contribuendo a semplificare l’intero sistema di welfare aziendale, rendendolo più accessibile e fruibile, soprattutto per i dipendenti delle piccole e medie imprese. Si sta delineando così un percorso graduale verso un welfare più inclusivo e sostenibile.
Il welfare aziendale conferma quindi la sua storica flessibilità, la capacità di adattarsi alle diverse fasi economiche e sociali, valorizzando di volta in volta gli aspetti più coerenti con il contesto del momento. Come direbbe Humphrey Bogart nel film Deadline – U.S.A.: “È la stampa, bellezza. E tu non puoi farci niente.” Parafrasando: è il welfare aziendale, bellezza. E ormai non si può più fermare, grazie ai suoi evidenti vantaggi e alla sua straordinaria capacità di adattamento.
