Welfare aziendale
23 Dic 2020
| 4'

Fondi pensione: quali sono le agevolazioni per la previdenza complementare

I versamenti destinati alla previdenza complementare prevedono agevolazioni fiscali. Ecco perché queste forme pensionistiche sono vantaggiose per aziende e dipendenti.
Nell’ambito del welfare aziendale, la previdenza può giocare un ruolo importante. La previdenza complementare è infatti considerata da sempre più dipendenti un solido appoggio economico per avere più sicurezza quando si ritireranno dal lavoro. Ecco perché è importante sapere cosa sono e come funzionano i fondi pensione e le agevolazioni



Questo, soprattutto considerando lo scenario pensionistico incerto, tra l’innalzamento dell’età pensionabile causato dall’invecchiamento della popolazione e assegni meno generosi per effetto del metodo di calcolo contributivo. 



L’adesione ai fondi pensione è inoltre incentivata anche dalle agevolazioni fiscali previste sia per l’azienda sia per il dipendente. Vediamo di cosa si tratta.

Fondi pensioni e agevolazioni per le aziende

La fiscalità delle forme previdenziali integrative o complementari è complessa, ma allo stesso tempo poggia su alcuni pilastri piuttosto semplici. 



Il primo è che i contributi versati alle forme pensionistiche da parte dell’azienda o comunque del datore di lavoro, come i premi di produzione o a quei bonus previsti da contratti integrativi, non sono soggetti a tassazione. In altre parole, si tratta di somme di denaro deducibili dall’imponibile. Sono “voci”, cioè, trattate in modo completamente diverso da altre erogazioni di denaro come lo stipendio o qualunque altra spesa tradizionale che un’impresa deve sostenere.



Il versamento è obbligatorio da parte del datore di lavoro per quanto riguarda i fondi pensione chiusi, ovvero riservati ad alcune categorie di dipendenti, a differenza dei fondo pensione aperti che sono istituiti da banche, Sgr, Sim e imprese di assicurazione e rivolti a tutti. 



Il Ministero del Lavoro ha chiarito infatti che, in caso di adesione del dipendente al fondo, sono tenuti a versare la quota a loro carico i datori di lavoro che, pur non iscritti all’organizzazione stipulante, applichino il contratto collettivo (CCNL) istitutivo del fondo a cui il dipendente è iscritto. 



Secondo l’articolo 8 del decreto legislativo numero 252 del 2005, il contributo da destinare alle forme pensionistiche complementari è stabilito in cifra fissa oppure, per i dipendenti, in percentuale della retribuzione minima assunta per il calcolo del TFR o con riferimento ad elementi particolari della retribuzione stessa.

Per gli autonomi e i liberi professionisti, lo è invece in percentuale del reddito d’impresa o di lavoro autonomo dichiarato ai fini Irpef, relativo al periodo d’imposta precedente.

Risparmi e agevolazioni per i dipendenti

Oltre che per le aziende, ovviamente gli incentivi e le agevolazioni fiscali sono previsti pure per i dipendenti. Questi ultimi possono portare in deduzione annualmente dal reddito complessivo un importo massimo di 5.164,57 euro.



Ciò significa che anche la somma della quota a carico del dipendente può essere dedotta dalla base imponibile. Che cosa significa concretamente? In sostanza, una parte consistente del denaro investito nel fondo pensione viene “restituito” dallo Stato. 



La cifra effettiva che viene restituita al dipendente cambia in base all’aliquota applicata al reddito, ovvero il cosiddetto scaglione Irpef. Che può essere del 23% (fino a 15.000 euro), del 27% (da 15.001 fino a 28.000 euro), del 38% (28.001 fino a 55.000 euro), del 41% (55.001-75.000 euro), del 43% (oltre i 75.000 euro).



Facciamo un esempio concreto: se oggi un dipendente  percepisce un reddito annuo imponibile di 32.000 euro e versa 3.000 euro all’anno in un fondo pensione complementare, risparmia la quota d’imposta che dovrebbe pagare su questi 3.000 euro (in tal caso il 38%). Così si ottiene un risparmio fiscale pari a 1.140 euro.



Se un dipendente versa ulteriori contributi nell’ambito del welfare aziendale derivanti da premi di risultato convertibili, non deve preoccuparsi di superare il limite dei 5.164,57 euro di deducibilità. Potrà infatti versare volontariamente il massimo della somma deducibile e aggiungere altri versamenti attraverso il welfare aziendale, che non va a sommarsi all’imponibile Irpef né all’imponibile contributivo.
 
 

Questo non vale, però, nel caso di piani welfare on top, ossia quella forma di welfare che si realizza con un investimento proprio dell’azienda ed è alternativa o integrativa alla “welfarizzazione” del premio di risultato. 

Per i dipendenti pubblici, la deducibilità fiscale è limitata: possono infatti dedurre i contributi per un importo non superiore al doppio del TFR e, comunque, entro i limiti del 12% del reddito complessivo e di 5.164,57 euro. Inoltre la tassazione sui rendimenti finanziari dei fondi pensione risulta pari all’11,50%, perciò inferiore a quella prevista per altri investimenti finanziari (interessi sui depositi, utili di azioni) pari invece al 20%.

Altri casi di agevolazioni

Esistono poi alcune regole particolari. È possibile, per esempio, dedurre anche i versamenti effettuati a favore di un familiare fiscalmente a carico.



Per chi ha iniziato a lavorare dopo l’1 gennaio 2007, inoltre, c’è un’agevolazione specifica. Se nei primi 5 anni di contribuzione sono stati dedotti meno di 5.164,57 euro all’anno (cioè il tetto massimo consentito) dal sesto al venticinquesimo anno è possibile superare la soglia massima di deducibilità consentita arrivando a € 7.746,86 all’anno (2.582,29 euro in più) fino a quando non si sarà recuperata la quota non dedotta nei primi cinque anni.



Infine, un’altra norma ad hoc riguarda coloro che hanno maturato il diritto alla pensione pubblica e sono iscritti da almeno 5 anni a una forma pensionistica, che possono scegliere di richiedere la pensione integrativa o continuare a versare. In caso di opzione 2, si possono continuare a dedurre fino a 5.164,57 euro all’anno.
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