Che il work-life balance sia una priorità per aziende e dipendenti è ormai un dato di fatto: per le prime si traduce in benessere organizzativo, motivazione e produttività, per le persone significa più tempo e confini più chiari tra lavoro e vita privata.
Ed è in tal senso che l’equilibrio tra vita personale e lavoro diventa sempre più centrale anche nelle strategie di welfare aziendale.
In questo articolo vediamo cosa si intende con work-life balance, quanto e perché conta il benessere organizzativo e come i buoni welfare possono contribuire a far sì che le persone non vadano in burnout e vivano serenamente dentro e fuori dall’ambiente di lavoro.
Cos’è il work-life balance e come raggiungerlo
Prima però di vedere come work-life balance e welfare aziendale possano andare di pari passo è bene dare una definizione su cosa sia questo delicato equilibrio tra il lavoro e la vita privata.
Con queste 3 parole inglesi si intende la capacità di gestire in modo equilibrato sia il proprio lavoro che le relazioni con gli amici, con la famiglia ma anche il proprio tempo libero. Dobbiamo immaginare il lavoro da un lato e il resto dall’altro, come se fossero due piatti della stessa bilancia e in perfetto equilibrio tra loro.
Ovvio che questo non può succedere sempre: se un team di dipendenti sta partecipando a una gara che ha una data di scadenza improrogabile, dovrà fare il massimo per onorare tale impegno.
Ma con una progettazione accurata di tutte le varie fasi si potrebbe prevedere che nessuno resti in ufficio fino a tardi o che, se questo succede, sia solo per pochi giorni e che comunque si compensi con un orario ridotto una volta che la gara è finita. Sono azioni che un’azienda può mettere in campo per dare un po’ di respiro ai propri dipendenti, come tante altre che vedremo successivamente.
Il work-life balance può variare in base a fasi o eventi della vita personale, attività e scadenze professionali e pertanto non essere “fisso”, ma quel che conta è che da parte del dipendente, e grazie al supporto dell’azienda, ci sia la continua ricerca del benessere personale e la soddisfazione nei confronti del lavoro che si sta facendo.
Certo, per molti e per alcuni momenti dell’esistenza, non c’è un confine netto tra lavoro e vita privata ma essere costantemente attaccati a un computer o sempre raggiungibili, nel lungo periodo potrebbe essere controproducente. Ecco perché ognuno dovrebbe trovare il suo equilibrio e una mano può venire anche “dall’alto”.
In Francia, per esempio, due sigle sindacali, CFDT (Confédération française démocratique du travail e CGC (Confédération Générale des Cadres) insieme alle associazioni di categoria, ormai diversi anni fa hanno suggerito di evitare l’invio delle email dopo le 18 (per chi lavora più di 35 ore settimanali) per favorire un corretto equilibrio tra vita personale e professionale dei lavoratori.
E questo, rivendicato quasi come un diritto alla disconnessione, punta l’attenzione anche su un elemento in grado di influire, positivamente o negativamente, sul work-life balance:la tecnologia, capace di abilitare la flessibilità e lo smart working e al tempo stesso in grado di rendere la persona costantemente raggiungibile,
Il benessere organizzativo come leva per i risultati: alcune iniziative
Così come si parla sempre più di settimana lavorativa di 4 giorni e non più di 5, detta anche “settimana corta”. In alcuni Paesi come l’Inghilterra è da tempo una realtà: grazie all’associazione 4 Day Week Global, oltre 5000 lavoratori in 200 aziende britanniche l’hanno adottata in maniera permanente. Si tratta di aziende di vario tipo: dalle agenzie di marketing alle aziende dell’IT passando per le società di consulenza
Anche in Italia ci sono aziende che sono già andate in questa direzione come la società di head hunting Carter & Benson che ha sede a Milano. L’esperimento è iniziato nel 2019, con stipendio invariato e obiettivi ricalibrati, e finora sembra andare bene. La produttività, come ha precisato il CEO William Griffini, è migliorata, non aumentata. Il che ovviamente è una differenza significativa anche in ottica di work-life balance.
Quanto abbiamo detto dimostra come favorire il work-life balance è una leva per ottenere risultati migliori perché si aumenta la soddisfazione dei lavoratori e di conseguenza la loro motivazioni. Inoltre, le aziende che puntano sul work-life balance dei dipendenti hanno un ritorno in termini di immagine e reputazione positiva, corporate branding ma anche dal punto di vista dell’employee retention.
Le persone che si “sentono in equilibrio” infatti tendono a restare e a “sposare” l’azienda.
Lo smart working e il work-life balance
I due termini, smart working e work-life balance, messi sulla stessa riga sembrano quasi uno scioglilingua, ma se lo smart working ha tanti benefici dati dalla possibilità, grazie alla tecnologia, di lavorare ovunque, nel 2025 quell’ovunque a volte si trasforma ancora in un “sempre”.
Si è sempre connessi, sempre raggiungibili, non si riesce mai a staccare davvero o a godersi un momento senza dare un’occhiata allo smartphone per vedere se è arrivata la mail di risposta a un dubbio che avevamo o la conferma a un progetto.
A questo si aggiunge il fatto che, dopo gli anni dell’emergenza sanitaria, molte persone hanno continuato a lavorare e lavorano da casa almeno per alcuni giorni. E questo fa ancora sì che sale da pranzo, camere da letto, cucine ecc. restino, in parte, “ufficio”. E se la casa non è più solo il luogo in cui ci si rilassa e si lasciano fuori i problemi, va da sé che questo equilibrio vacilla ancora di più.
Così come si deve tenere in considerazione che riportare tutte le persone in ufficio 5 giorni su 5, lasciando l’esperienza dello smart working nel dimenticatoio, è oggi complesso. E lo è altrettanto tornare alla classica giornata lavorativa 9-18. Anche perché, secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2025 in Italia lavorano da remoto (almeno per una parte del tempo) circa 3.575.000 persone.
E, guardando alle preferenze, il Randstad Workmonitor Pulse mostra che la qualità della vita resta centrale: in Italia il 59% sarebbe disposto a rinunciare a uno stipendio più alto in cambio di un lavoro meno stressante e, tra le priorità, emergono orari flessibili (58%), benefit aggiuntivi (55%) e possibilità di lavorare da casa (52%).
I buoni welfare per il work-life balance
Ci sono altre azioni che l’azienda può mettere in campo per facilitare il work-life balance. Per esempio, grazie ai buoni welfare di Edenred i dipendenti hanno la possibilità di frequentare una palestra, un corso di yoga o qualsiasi altra attività culturale o per il tempo libero che permetta di dedicare del tempo a se e alla propria vita privata.
Senza alcun anticipo di denaro, il dipendente potrà fruire di servizi per se e la propria famiglia, scegliendo tra diverse strutture convenzionate o segnalando la sua preferita per richiederne il convenzionamento.
Un ottimo modo per dare il proprio contributo come azienda al raggiungimento di un delicato equilibrio che valorizza sia la dimensione personale che professionale.
Domande e risposte frequenti (FAQ) sul work-life balance
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