Buoni Pasto
30 Lug 2025
| 8'

Quanto fatturare per guadagnare con la Partita IVA?

Quanto deve fatturare una Partita IVA per guadagnare 1500 euro netti o 3000 euro netti? Se avete una partita IVA con regime ordinario o forfettario, in questo articolo proviamo a fare chiarezza con alcuni esempi. E mostriamo perché i buoni pasto possono essere un ottimo supporto.
Autore
Cristina Maccarrone
quanto fatturare con la partita IVA

La vita di chi ha una partita IVA oggi non è di certo semplice. Bisogna trovarsi i clienti, saperli mantenere, gestire la contabilità, gestire le relazioni, essere continuamente aggiornati per sbaragliare la concorrenza, saper diversificare le proprie attività e, non da ultimo, tenere d’occhio come sta andando la situazione economica.

La domanda “Quanto devo fatturare per vivere bene?”, quindi, ricorre spesso nella vita dei liberi professionisti, sia che abbiano una partita IVA con regime ordinario sia con regime forfettario.
Situazioni che, come vedremo, sono differenti, ma hanno in comune proprio questo: capire quanto, in un contesto economico come quello che stiamo vivendo, chi ha una partita IVA dovrebbe fatturare per vivere in modo dignitoso, considerando il luogo in cui risiede, lo stile di vita, le spese legate al lavoro stesso, gli eventuali familiari a carico, i desiderata e tanto altro. 

Diciamo che, in linea di massima, perché l’attività da libero professionista abbia un senso e sia in linea con gli stipendi medi in Italia, sarebbe importante guadagnare almeno 1500-2000 euro netti al mese. E come arrivare a tale cifra? Quali aspetti bisogna prendere in considerazione? E quali benefit possono aiutare le partite IVA a vivere meglio?

Regime forfettario o ordinario: cosa cambia

Quando si apre una partita IVA, una delle prime decisioni da prendere riguarda proprio il regime fiscale da adottare: forfettario o ordinario.

La scelta dipende da diversi fattori, tra cui il volume di fatturato, le possibili spese deducibili e la tipologia di attività.
Inoltre, può influire molto il fatto di avere già esperienza in quel settore – come succede, per esempio, a un ex dipendente che voglia lavorare come libero professionista – o l’essere alle prime armi e non sapere quanto l’attività sarà redditizia o meno.

Regime forfettario

Quanto al regime forfettario, si tratta di un regime agevolato introdotto dalla Legge di Stabilità del 2015 e modificato l’anno successivo. In linea di massima il forfettario, come precisa l’Agenzia delle Entrate, è destinato “agli operatori economici di ridotte dimensioni”.

Prevede, infatti, un’imposta sostitutiva del 15% (del 5% per le nuove attività nei primi 5 anni dall’apertura della Partita IVA), esonera dall’applicazione dell’IVA sulle fatture e prevede una contabilità semplificata, riducendo gli oneri burocratici e amministrativi.

Presenta alcune limitazioni, come il tetto massimo di fatturato annuo, 85.000 euro dal 2023, e l’impossibilità di dedurre in modo analitico le spese aziendali, che vengono invece calcolate sulla base di coefficienti di redditività specifici per ogni settore di attività e che sono collegate al codice ATECO con cui si è aperta la partita IVA.

Dal reddito soggetto a imposta sostitutiva sono deducibili i contributi previdenziali versati  secondo la legge, compresi quelli corrisposti per conto dei collaboratori dell’impresa familiare fiscalmente a carico, ovvero, se non fiscalmente a carico, qualora il titolare non abbia esercitato il diritto di rivalsa sui collaboratori stessi (art. 1 co. 64 della L. 190/2014).

Regime ordinario

Il regime ordinario, invece, prevede una tassazione IRPEF progressiva, con aliquote che vanno dal 23% al 43% a seconda degli scaglioni di reddito.

Più precisamente:

  • fino a 28.000 euro è prevista un’aliquota del 23%;
  • oltre 28.000 euro e fino a 50.000 euro è prevista un’aliquota del 35%;
  • oltre 50.000 euro è prevista un’aliquota del 43%.

A differenza del regime forfettario, in cui si applica una tassazione fissa sul reddito imponibile, il regime ordinario consente di dedurre analiticamente le spese aziendali prima del calcolo delle imposte, permettendo una migliore ottimizzazione fiscale per chi ha costi elevati, ammesso che siano inerenti all’attività svolta. Inoltre, si applica l’IVA sulle fatture, che può essere detratta sugli acquisti pertinenti all’attività svolta.

Un regime doveroso per chi ha un fatturato annuo superiore agli 85.000 euro, oltreché per i soggetti che, pur non avendo un fatturato annuo pari o superiore agli 85.000 sostengono costi elevati. Chi aderisce ha una serie di obblighi come la contabilità obbligatoria, la tenuta di documenti come il libro degli inventari, i registri IVA e tanto altro. 

Quanto fatturare per guadagnare con partita IVA determinate cifre?

Se la distinzione tra i due regimi è chiara, la risposta alla domanda “Quanto devo fatturare per guadagnare determinate cifre?” apre sempre tante perplessità.

Non a tutti coloro che hanno una partita IVA è chiaro il rapporto tra fatturato e guadagno.

Il fatturato è dato dalla somma delle fatture che un libero professionista emette per farsi pagare dai clienti, cedendo i propri prodotti o servizi (fatture che potrebbero essere pagate anche l’anno successivo a quando sono state emesse).
Il guadagno netto, invece, è ciò che rimane dopo aver sottratto dal fatturato tutte le spese operative, le imposte e i contributi previdenziali.

Per esempio, un freelance che fattura 50.000 euro all’anno nel regime forfettario non guadagnerà interamente questa somma, poiché dovrà considerare la quota destinata a imposte e contributi. Nel regime ordinario, la differenza tra fatturato e guadagno netto può essere ancora più significativa, poiché entrano in gioco detrazioni e scaglioni IRPEF che influenzano la tassazione complessiva.

Vediamo in dettaglio qualche esempio.

Quando devo fatturare per guadagnare 1500 euro al mese?

Nel regime forfettario, considerando un coefficiente di redditività del 78%, applicabili alle attività professionali, un professionista dovrà fatturare circa 2.500 euro al mese.
Il reddito imponibile sarà pari al 78% di questa cifra (1.950 euro), su cui si applicheranno imposte e contributi previdenziali, riducendo il netto effettivo più o meno a circa 1.500 euro. Per un professionista con un coefficiente di redditività del 67%, applicabili per le cosiddette “altre attività”, invece, il fatturato richiesto sarà invece di circa 2.700 euro.

Nel regime ordinario, invece, la tassazione segue le aliquote IRPEF progressive e consente la deduzione delle spese aziendali e inerenti alla produzione del reddito.

Supponiamo che un libero professionista abbia un fatturato mensile di 3.500 euro e spese deducibili per 1.000 euro (tra affitto, software e consulenze). Il reddito imponibile sarà di 2.500 euro, su cui verranno applicate le imposte e i contributi previdenziali. Questo reddito rientra nello scaglione IRPEF del 23%, applicabile ai redditi fino a 28.000 euro annui.
Dopo la tassazione e il pagamento dei contributi, il guadagno netto potrebbe essere intorno ai 1.500 euro. Se le spese deducibili fossero inferiori, il fatturato richiesto per ottenere lo stesso netto sarebbe maggiore.

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Quanto fatturare per guadagnare 3000 euro al mese?

Per raggiungere un guadagno netto di 3.000 euro al mese con la partita IVA, il fatturato richiesto varia a seconda del regime fiscale adottato.

Nel regime forfettario, il calcolo si basa sull’applicazione del coefficiente di redditività e dell’imposta sostitutiva del 15% (o del 5% per i primi 5 anni di attività). Per esempio, un professionista con un coefficiente di redditività del 78% che desidera ottenere 3.000 euro netti mensili dovrà fatturare circa 5.000 euro al mese. Su questa cifra, il reddito imponibile sarà pari al 78% del fatturato (3.900 euro), su cui si calcoleranno imposte e contributi previdenziali, riducendo il netto disponibile.

Per chi ha un coefficiente di redditività più basso, per esempio del 67%, la situazione è leggermente diversa. Se si desidera ottenere 3.000 euro netti al mese, si dovrà fatturare circa 5.500 euro. Il reddito imponibile sarà pari al 67% di questa somma (3.685 euro), su cui verranno applicate le imposte e i contributi previdenziali, riducendo il guadagno effettivo.
Per settori con coefficienti di redditività ancora più bassi, il fatturato necessario sarà proporzionalmente maggiore.

Nel regime ordinario, come dicevamo anche prima, la tassazione segue le aliquote IRPEF progressive e consente la deduzione delle spese aziendali e inerenti. Per un freelance che abbia un fatturato mensile di 7.000 euro e spese deducibili per 2.000 euro (tra affitto, software e consulenze), il reddito imponibile sarà quindi di 5.000 euro, su cui verranno applicate le imposte e i contributi previdenziali.

Il reddito imponibile di 5.000 euro al mese (60.000 euro annui) rientra in due scaglioni: i primi 28.000 euro saranno tassati al 23%, mentre i successivi 22.000 euro al 35%.

L’eventuale eccedenza oltre i 50.000 euro sarà tassata al 43%.

Dopo la tassazione, il guadagno netto potrebbe essere intorno ai 3.000 euro. Se le spese deducibili fossero inferiori, il fatturato richiesto per ottenere lo stesso netto sarebbe maggiore.

Come calcolare per capire quanto fatturare con partita IVA

Come abbiamo visto, calcolare il fatturato necessario con partita IVA richiede un’attenta analisi del regime fiscale adottato: forfettario o ordinario e, per essere davvero precisi, è necessario essere seguiti da un commercialista.

Nel regime forfettario, il calcolo è semplificato, visto che si applica un coefficiente di redditività al fatturato lordo per determinare il reddito imponibile, sul quale si applica un’imposta sostitutiva (5 o 15%).

Nel regime ordinario, invece, il calcolo è più complesso: è necessario sottrarre dal fatturato lordo le spese deducibili per ottenere il reddito imponibile, soggetto a tassazione IRPEF a scaglioni. In entrambi i casi, è fondamentale considerare anche i contributi previdenziali, che variano in base all’attività svolta. 

Buoni pasto per le partite IVA: perché convengono

Nel definire il guadagno netto un ruolo importante possono averlo i buoni pasto per le partite IVA, anche se questo discorso vale solo per i titolari di Partita IVA che aderiscono al regime ordinario visto che chi è in regime forfettario, come abbiamo visto, non può dedurre i costi aziendali.

Qual è il vantaggio, quindi, per chi ha una partita IVA con il regime ordinario?

I buoni pasto vengono considerati un costo aziendale pertanto vanno a ridurre l’imponibile su cui paga le tasse. Nel dettaglio il titolare della partita IVA può dedurre al 75% il costo del buono pasto per un importo non superiore al 2% dei compensi percepiti nel periodo d’imposta, nonché detrarre l’IVA con aliquota al 10% qualora appunto sia lui o lei stessa a usarlo (54-septies, TUIR).

 
 

I buoni pasto sono convenienti anche per una partita IVA che abbia dei dipendenti o collaboratori: sono infatti deducibili al 100%.

Scegliere i migliori buoni pasto, come Ticket Restaurant®, significa, quindi, avvalersi di strumento efficace per ottimizzare il carico fiscale dei titolari di partita IVA, consentendo loro di ridurre l’imponibile e recuperare l’IVA, a condizione, ovviamente, che l’utilizzo sia inerente all’attività lavorativa.

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